Le attività estrattive sono una minaccia per il territorio?

logo_sgi_tras_530Un geologo lavora spesso in contatto con la natura, e di solito si considera un ambientalista (magari tenendo in considerazione che guida una macchina, usa energia, ecc.). Il geologo che lavora in una azienda che si occupa di esplorazione e ricerca di idrocarburi, magari anche piccola, si trova oggi quasi nella posizione di preferire non dirlo troppo in giro…

TITOLI VIGENTI_ministeroIl lavoro di una piccola azienda di questo tipo consiste nel farsi assegnare dallo Stato delle aree del territorio su cui fare ricerca. Il più delle volte questo significa analizzare dati che sono pubblici, lavori già effettuati in quell’area, pozzi perforati ed analizzati in passato da altre società, linee sismiche preesisitenti da interpretare (sono come delle ecografie del sottosuolo, per capirci). Più raramente sarà necessario tornare sul terreno con geofoni ad indagare nuovamente il sottosuolo con la sismica (si generano onde meccaniche con delle piccole cariche o vibratori). Finito il lavoro di valutazione, si cercano partner con “spalle più grosse” che trovino interessante quello che abbiamo scoperto.

Da sola, una piccola compagnia, non può prendersi carico delle attività di estrazione e produzione. Qualora si dovesse passare a questa fase si deve fare domanda al governo, che dà la concessione se tutto è in regola, soprattutto dal punto di vista dell’impatto ambientale. Se le ricerche dovessero risultare in un nulla di fatto, il permesso viene rilasciato. Ma se si procede, questo non significa che sarà fatto scempio di tutta l’area, che i prodotti locali non saranno più mangiabili, che l’acqua non sarà bevibile, che l’aria diverrà irrespirabile.


 

Eppure questa attività è andata avanti per decenni senza sucitare scalpori, senza creare disastri, di pari passo col turismo ed il mangiar bene


Eppure questa attività è andata avanti per decenni senza sucitare scalpori, senza creare disastri, di pari passo col turismo ed il mangiar bene. Il nostro paese è il 4° produttore europeo di petrolio ed il 3° di gas. Ovviamente non ci basta ed il grosso lo importiamo (il 90% del gas e l’85% del petrolio!). Il picco dell’attività risale a parecchi anni fa (1960-70, ma anche 1980-90). E’ davvero difficile capire come mai solo di recente, ora che l’attività è davvero ai minimi termini, la gente si senta sotto attacco ed il territorio venga visto come terreno di conquista da parte delle compagnie.

In effetti, da diverso tempo il settore dell’esplorazione e produzione di idrocarburi è sotto attacco da parte dei media, ma anche dell’opinione pubblica. Di recente si è anche lasciato passare il messaggio che il terremoto dell’Emilia potrebbe essere stato causato dall’attività delle compagnie di idrocarburi in Val Padana. Il rapporto della commissione ICHESE voluto dalla stessa Regione Emilia, non giunge ad alcuna conclusione scientifica a riguardo: si limita a dei condizionali, auspicando ulteriori indagini. Da qui a lanciare l’allarme su una connessione diretta tra l’attività umana e terremoti che ci sono sempre stati e sempre ci saranno, anche se l’uomo sparisse dalla Terra domani, ce ne dovrebbe passare di spazio e tempo!

Report (RAI 3) del 12 maggio 2014 – Shale Caos
La conseguente lettera del Prof. Carlo Doglioni
in qualità di Presidente della Società Geologica Italiana

E’ comprensibile che al giorno d’oggi il “pubblico” abbia poca fede nelle istituzioni e quindi magari anche in commissioni da esse delegate, specie dopo la figuraccia fatta evitando di far uscire il rapporto per un paio di mesi. E’ comunque tragico che ci si scateni con indignazione contro l’intero settore dell’industria estrattiva quando dovrebbe essere chiaro a tutti che i morti per terremoto avvengono solo perché non si è costruito a modo. Fermare l’attività estrattiva non diminuirebbe il rischio sismico. E’ una attività iniziata negli anni 50 ed ha visto i suoi picchi ben prima del 2012. E’ molto strano che solo negli ultimi anni questa attività abbia cominciato a dare fastidio. Quando era al culmine, negli anni 60-70, il turismo conviveva con l’estrazione senza subire alcuna flessione, di disastri comparabili a quelli paventati da molti non ce ne sono stati.

In Italia ce ne sarebbero di geologi davvero esperti in materia da interpellare, ma di solito si sente sparlare di temi ben noti alla comunità geologica da parte di persone esperte in tutt’altro, ma che aggrediscono con insolita ferocia chi fa questo tipo di lavoro, trattandolo come un criminale inquinatore, che farebbe ammalare i bambini pur di trivellare, trivellare, trivellare. Oppure si fanno servizi in cui appare il proprietario del terreno che ti dice che “lì sotto c’è un lago di gas!”. E tutti a tremare: abbiamo sentito che in America hanno scoperto un nuovo tipo di gas, lo “shale gas”, definito pure gas “non convenzionale”, e ne hanno così tanto che diventeranno a breve i primi produttori al mondo, solo che per estrarlo stanno facendo scempio delle loro campagne.


 

non esistono cavità, caverne, laghi sotterranei da cui estrarre fluidi. I fluidi (acqua, olio e gas) impregnano la roccia dalla sua nascita, ne riempiono i pori, come in una spugna


Hanno sviluppato la tanto temuta tecnica del cosiddetto “fracking”, con cui fratturano la roccia impermeabile per poter estrarre il gas, e la gente si ritrova il gas dal rubinetto dell’acqua, gli animali che muoiono, le persone che si ammalano, laghetti che pullulano di bolle di gas puzzolente, la testa pozzo in giardino col sibilo del gas velenoso che viene fuori dalle perdite… Scenari catastrofici esaltati dal film Gasland, prodotto e girato da un ragazzo americano spaventato dall’idea che lo shale gas fosse pure sotto casa sua. Esiste la risposta di un altro regista che ha creato il film Fracknation, completamente in crowdfunding (non finanziato dalle compagnie), in cui smentisce punto per punto gli allarmismi dell’altro film. Dove sarà la verità?

Innanzi tutto chiariamo una volta per tutte che non esistono cavità, caverne, laghi sotterranei da cui estrarre fluidi. I fluidi (acqua, olio e gas) impregnano la roccia dalla sua nascita, ne riempiono i pori, come in una spugna. Ma a volte la permeabilità della roccia non è molto alta e la si aumenta fratturandola – processo che viene anch’esso chiamato fracking, ma niente ha a che vedere con il fracking per ottenere “shale gas” o “shale oil”, ed è comunque molto raramente utilizzata in Italia per il fatto che normalmente non c’è bisogno di aumentare la permeabilità dei serbatoi. Ed invece le due cose vengono sempre confuse anche dai media, in quello che sembra un voluto tentativo di creare paura e allarmismo nel paese riguardo lo sfruttamento di risorse non convenzionali.


 

In Italia LE RISORSE NON CONVENZIONALI NON CI SONO!
Come ve lo dobbiamo dire?


In Italia LE RISORSE NON CONVENZIONALI NON CI SONO! Come ve lo dobbiamo dire? Poi senti che addirittura Giuliano Amato ha detto che anche noi in Italia abbiamo il nostro shale gas!!! NO! NON CE L’ABBIAMO!!! Non abbiamo formazioni geologiche di quel tipo! E pure se ce l’avessimo non sarebbe sfruttabile per via della densità abitativa ben più alta che negli USA. Ma si continua ad instillare la paura che, alle spalle del povero cittadino, alcune compagnie “chissà come” (!!!) avrebbero invece utilizzato il fracking anche in Italia.

Un po’ di basi:

gli idrocarburi si formano dalla decomposizione della materia organica in bacini anossici (che non contengono ossigeno, che distruggerebbe tutto). Queste condizioni si hanno dove l’energia delle onde marine non arriva, in zone come le lagune, paludi. Lì, pollini e plankton si depositano assieme a fanghi argillosi e, per l’assenza di moto ondoso e quindi di ricambio d’aria, si decompongono in molecole via via più semplici fino a formare idrocarburi (catene di idrogeno e carbonio), il più semplice dei quali è il metano: un solo atomo di carbonio che ne lega 4 di idrogeno (avviene anche oggi, sapete? E’ per questo che da alcune pozze d’acqua vengono fuori bolle di metano, è un fenomeno naturale). Durante il processo che fa diventare il sedimento argilloso una roccia (shale), il peso dei depositi sovrastanti fa si che i fluidi contenuti vengano lentamente espulsi come in una spugna che venisse compressa (in tempi geologici – si tratta di argille, molto poco permeabili); in questo modo i fluidi migrano in adiacenti rocce più permeabili, ad esempio arenarie (derivate dalle sabbie). Per questo l’argilla (shale) viene detta roccia madre; l’arenaria, roccia serbatoio.


 

La ricerca non convenzionale va a cercare olio e gas direttamente nella roccia madre (shale), prima che migri nel serbatoio.


L’esplorazione convenzionale va alla ricerca di depositi di idrocarburi nelle rocce serbatoio, che spesso vengono fratturate meccanicamente per incrementarne la permeabilità già esistente. La ricerca non convenzionale va a cercare olio e gas direttamente nella roccia madre (shale), prima che migri nel serbatoio. Trattandosi di rocce impermeabili (a meno di non voler contare su tempi geologici), esse vanno per forza fratturate più pesantemente (chimicamente e meccanicamente) per aumentarne la bassissima, pressoché nulla permeabilità.

Quindi il fracking della roccia serbatoio, è una tecnica utilizzata in alcuni casi da molti anni, come in quello che sarebbe stato utilizzato in Italia. Nessuno però si preoccupa di sottolineare che non ha nulla a che vedere con la tecnica utilizzata negli USA, che è cosa ben diversa essendo il fracking della roccia madre. Ovviamente le rocce madri esistono anche in Italia, ma non basta essere roccia madre per poter essere anche una sorgente di shale gas sfruttabile. Nel nostro paese non abbiamo la “fortuna” degli americani, dato che la nostra geologia è totalmente diversa.

Quindi se si parla di “un caso fracking” in Italia, si parla di quello della roccia serbatoio, che non è uno scandalo perché non presenta i pericoli paventati da trasmissioni come “shale caos” di Report, essendo tecnica ben diversa dalla quella necessaria per estrarre shale gas.