Il geologo degli idrocarburi: ha ancora senso in Italia?

logo_sgi_tras_530(Pubblicato su Professione Geologo, Bollettino dell’Ordine dei Geologi del Lazio, n°37, ottobre 2013)

Il dibattito sulle fonti energetiche, in Italia e non solo, è caratterizzato da forti elementi di retorica, che inducono ad una visione delle stesse spaccata in due: da una parte le cosiddette fonti rinnovabili, spesso idolatrate come deus-ex-machina del nuovo mito dello sviluppo sostenibile, fatte oggetto di importanti allocazioni delle scarse risorse pubbliche e rivoltate sulla bolletta del consumatore finale, con l’ottimale risultato di convogliare il consenso collettivo; dall’altra, invece, le cosiddette fonti non rinnovabili e, anche per ciò, “negative”, nel cui unico contenitore vengono inserite il nucleare, il carbone, gli idrocarburi. Alle seconde spetta il curioso primato dell’essere quasi costantemente bandite da ogni Piano Energetico locale quando questo affronta lo sviluppo delle fonti energetiche “nel proprio giardino”, salvo poi andarle a ricercare da qualche altra parte o dar per scontato che ve ne sia la disponibilità a condizioni economiche vantaggiose, sempre e comunque.

Un altro tema da affrontare è la disponibilità temporale: le fonti fossili prima o poi finiranno. Quando? Fra 30 anni? 50? 100? Il quando sta perdendo importanza. Fondamentale diventa essere in grado, da subito, di affrontare la sfida di quella che Jeremy Rifkin, fra gli altri, chiama “la terza rivoluzione industriale”: siamo convinti che 50 o 100 anni facciano davvero la differenza e che quindi si possa rimandare ogni decisione? O forse bisogna iniziare a pensare da subito? Pensare che fra la “fotografia dell’oggi” e il “sogno del domani” deve necessariamente esistere una “strada del frattempo”. E la strada del frattempo deve trovare il giusto equilibrio fra facili sognatori, e facili sostenibilità ambientali, e la realtà economica, sociale, geologica del nostro paese. Dobbiamo cioè ripartire dall’assunto che non esiste oggi una fonte di energia “veramente pulita”, a impatto “veramente zero”, a emissioni “veramente zero” o mitizzazioni analoghe.

L’Italia è da sempre un paese forte consumatore, e forte importatore, di idrocarburi. Ma è stato anche, e potenzialmente lo è ancora, un importante produttore di idrocarburi stessi; potremmo essere il 5° potenziale produttore europeo di idrocarburi, dopo i principali produttori che si affacciano nel Mare del Nord, ovvero dopo Norvegia, Olanda, Regno Unito e Danimarca.

Gli idrocarburi sono una risorsa strategica dello Stato, un bene indisponibile della comunità, ovvero di noi tutti. Secondo quanto rilevato dall’Amministrazione votata alla gestione delle risorse del sottosuolo e al controllo delle attività correlate, la Direzione Generale Risorse Minerarie e Energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico (http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/home.asp), e secondo quanto riportato dalla Strategia Energetica Nazionale approvata l’8 marzo 2013, con Decreto congiunto del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero dell’Ambiente per indirizzare e programmare la politica energetica del Paese, sotto i nostri piedi risiedono importanti quantità di gas e di petrolio: le risorse potenziali totali presenti nel nostro Paese ammontano a 700 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti (Mtep), cifra che, considerati gli ultimi 10 anni in cui l’attività esplorativa si è ridotta al minimo, è probabile sia stata definita largamente per difetto. 700 Mtep corrispondono a circa 5 miliardi di barili di petrolio.

L’importazione di idrocarburi in Italia nel 2011, ovvero la quantità di petrolio e gas comprati dall’estero per riscaldare le nostre case, cucinare la nostra pastasciutta, far muovere i nostri mezzi di trasporto, farci fare la nostra doccia calda, è costata nel 2011 qualcosa come 62 miliardi di Euro, ovvero circa due manovre finanziarie del governo Monti: semplificando, circa 1.000 Euro l’anno escono dalle tasche di ognuno di noi (compresi i bambini…) per importare petrolio e gas, e altri denari escono quando dobbiamo acquistarli per usarli. Importiamo circa l’84% del nostro consumo energetico, a fronte di una media europea del 53%.

Si obietta che l’Italia debba puntare sulla conservazione dell’ambiente e sul turismo: molto corretto, ma un recente studio di R.I.E ha evidenziato come le attività petrolifere siano compatibili con il settore turistico: in Emilia Romagna, regione che contribuisce in maniera significativa alla produzione nazionale di idrocarburi, si è mantenuto un corretto equilibrio fra le attività industriali ed il flusso turistico (è la quinta Regione in Italia), peraltro concentrato lungo le coste prospicienti le principali aree off-shore di produzione di gas naturale, produzione avviata oltre mezzo secolo fa.

Si obietta anche che l’industria petrolifera sia una attività pericolosa: secondo un recente studio di Confindustria Chieti (2013), il settore “Industria del petrolio” (che comprende anche il midstream e il downstream, ovvero la lavorazione e la distribuzione del prodotto petrolifero) risulta essere il comparto dell’industria manifatturiera caratterizzato dalla più bassa percentuale di infortuni sul lavoro rispetto al numero di lavoratori (elaborazioni su dati INPS).

E abbiamo una invidiabile posizione in termini di conoscenza, di sviluppo di tecnologia all’avanguardia, di specializzazioni e di professionalità: in buona sostanza, esportiamo la filiera industriale degli idrocarburi e importiamo gli idrocarburi stessi.

  1. La storia italiana

Numerosa è la bibliografia che testimonia la storia dell’esplorazione petrolifera in Italia. Fra i vari testi, cito tre dei più recenti:

– A.Piglia e L.Cardinali (2011). In questo lavoro si ripercorre la storia della esplorazione e produzione di tutte le fonti energetiche in Italia dalla sua Unità ad oggi.

– P.Macini e E.Mesini (2011). Interessantissimo libro, in cui si ripercorre la storia dell’esplorazione e produzione in Emilia Romagna, terra che nella seconda metà dell’Ottocento ha visto nascere una invidiabile cultura geologica e imprenditoriale applicate ai “depositi petroleiferi” e al loro sfruttamento.

– A.Clò et alii (2012). Viene presentato lo stato dell’arte dell’industria degli idrocarburi in Italia, le problematiche burocratiche, ambientali, di percezione e di accettazione, la fuga dei capitali italiani e stranieri, la perdita di competitività e di posti di lavoro, ma anche le opportunità di sviluppo professionale e industriale, la sostenibilità della filiera associata, l’impatto potenziale positivo sulla bolletta energetica.

Non me ne vorranno gli Autori se prendo spunto “a mani basse” dai loro lavori, evitandomi di riscrivere ciò che è già stato scritto, per una breve cronologia. Consiglio vivamente questi lavori così come il pregevole libro di Leonardo Maugeri dal titolo “Con tutta l’energia possibile”.

L’industria petrolifera mondiale muove i primi passi quando il 27 agosto 1859, a Titusville, una remota località della Pennsylvania, Edvin Laurentine Drake inizia a produrre petrolio greggio da un pozzo perforato a circa 20 metri di profondità. A questa data convenzionale si fa risalire l’inizio della moderna industria petrolifera. Già in altri paesi si erano perforati o scavati manualmente pozzi petroliferi, tra cui l’Italia, chiamata allora “Pennsylvania d’Europa”.

Infatti, dagli studi di chimica del genovese Giuseppe Mojon si avvia nel 1802 l’era italiana del petrolio: le vie di Genova vengono illuminate con la nafta che affiorava lungo le rive del fiume Taro vicino a Parma. A quelle applicazioni risalgono i primi sfruttamenti di petrolio riportati dall’Abate Antonio Stoppani (1824-1891), autore della “Geologia d’Italia” e del più famoso “Il Bel Paese”. Il gas ha una storia simile, iniziata a fine Settecento con gli studi dell’Abate Lazzaro Spallanzani e di Alessandro Volta sulle proprietà degli idrocarburi. Storia, infine, industrialmente avviatasi nel 1846 con la convenzione tra Comune di Torino e “Compagnia di illuminazione a Gas per la città di Torino” costituita nel 1837 per illuminare la futura prima capitale d’Italia con gas distillato da combustibili solidi.

Un tratto accomuna e caratterizza quelle prime esperienze e il successivo corso della storia petrolifera italiana: il suo far perno sulla cultura scientifica, sulla tecnica, sulla capacità professionale degli uomini che vi si dedicarono. Netta, in tutti i campi, fu la presenza e la supremazia della scienza italiana che seppe imprimere a livello mondiale un’impronta in tutti i processi innovativi che guidavano il divenire delle fonti/forme di energia. Dalla metà dell’Ottocento l’imprenditoria italiana dette nel petrolio discreta prova di sé, adottando tecniche di perforazione all’avanguardia, ricorrendo all’ausilio di geologi, tenendo in alta considerazione l’apporto estero.

Imprese straniere prendono ad investire in Italia, e numerosi imprenditori avviano attività esplorative nell’Appennino emiliano (province di Piacenza, Parma, Modena) espandendosi poi in altre zone che sembravano promettenti (in Abruzzo, nella valle del fiume Pescara, e al confine tra Lazio e Campania, nella Valle Latina e nella Terra di Lavoro).

1860 – ad Ozzano Taro, in provincia di Parma, la “Ditta Achille Donzelli” perfora due pozzi profondi 32 e 45 m, ottenendo una produzione di 25 kg di petrolio al giorno. Il marchese Guido della Rosa, avvalendosi della ditta Zipperlein, perfora 7 pozzi attorno a Salsomaggiore con profondità comprese fra 300 e 700 m.

Al 1861 si contavano in Italia 5 miniere che con 8 operai producevano 4 tonnellate di petrolio. Quantità irrilevante che consentì però all’Italia di essere nel 1865 la quinta nazione al mondo a produrre petrolio dopo Romania, Stati Uniti, Canada, Russia. La produzione sale sino a punte intorno alle 10.000 tonn nel 1911, con l’impiego di circa 500 operai, per poi flettere a 6.000 tonn alla vigilia della Grande Guerra.

1862 – a Rivoltella (Reggio Emilia) un pozzo per acqua arriva a 680 m. “a 600 m il petrolio andò crescendo e con esso l’emanazione di gas; questo, artificialmente acceso alla bocca del pozzo, esplodeva con veemente ma sordo scoppio, che attingeva il vertice della tettoia destinata a reggere la trivella” (Soc.Petrolifera Italiana, 1955).

1863 – a Tocco di Casauria (PE) viene perforato un pozzo di 60 m che produrrà 500 kg di petrolio al giorno

1866 – l’azienda di Genova “L’Esploratrice” apre la Miniera petrolifera di Montechino (Piacenza): da 50 m di profondità si ottiene una produzione di circa mezzo barile/giorno (circa 75 litri/giorno)

1868 – la “Cassola” di Napoli inizia le ricerche a S. Giovanni Incarico (Frosinone). Otterrà una produzione di circa 600 tonn di petrolio. La “Reverenda Camera Apostolica” concede ad un tal Gualdi la concessione per lo sfruttamento della miniera di Ripi (Frosinone); passata per la società “Franco-Romaine”, la concessione è tuttora vigente e vi si estraggono bassi quantitativi di petrolio pesante. A Neviano de’ Rossi (Parma) i proprietari di un terreno attingono petrolio con secchi da pozzi profondi fra 40 e 50 metri.

1872 – a S. Giovanni Incarico si scopre un “deposito abbondante di petrolio: altri pozzi vi si scavarono in seguito con felice risultato, fino all’ultimo che, ora ch’io scrivo questa nota (24 agosto 1877) riproduce per la prima volta in Italia i portenti già narrati dei pozzi americani… alla profondità di 40 m il gas infiammabile ribolliva con forte rumore dal fondo. D’un tratto il petrolio sgorga e su su, con forti boati, riempì il pozzo… fino all’altezza di 4 m sopra la superficie del suolo” (A.Stoppani, 1866).

1873 – La “Anglo Italian Mineral Oil & Bitumen” inizia lavori di estrazione e raffinazione di roccia asfaltica a Scafa (Abruzzo).

Fino alla Prima Guerra Mondiale la ricerca petrolifera fu condotta per molti anni da piccole compagnie a scala locale o al massimo regionale. Tra queste la “Società Petrolifera Italiana” (SPI, ora GasPlus Italiana), azienda privata fondata nel 1905 a Fornovo Taro (PR), primo produttore di grande dimensione e lunga durata, fondata dal piacentino Luigi Scotti; o la “Petroli d’Italia” sorta nel 1906 dalla fusione di due società francesi. A fianco delle tante piccole aziende italiane, numerose sono le società straniere che si affacciano sul territorio nazionale: i francesi di “Clère” installano nel 1881 a Fiorenzuola d’Arda (PC) la prima raffineria d’Italia; la filiale italiana della “Standard Oil” di Rockefeller viene stabilita a Venezia nel 1891 con il nome di “Società Italo-Americana Petrolio”; nel 1901 fu la volta della “Vacuum” (la futura Mobil); nel 1912 della “Nafta” (Shell). Vengono utilizzate tecnologie fra le più ardite: perforazioni a mano, inclinate, a percussione, produzione con secchi o con tecniche tipiche da miniera.

Altre attività si hanno nella distribuzione commerciale e nell’impiantistica; fino al recente passato le aree di Piacenza, di Ravenna, di Ortona, di Gela hanno avuto una notevole espansione come distretti industriali che hanno visto fiorire numerosissime aziende fornitrici di materiale, di servizi e di professionalità utilizzate in Italia ed esportate in tutto il mondo. Con numerosi esempi di aziende davvero leader mondiali del settore.

Ovunque vi fosse petrolio si formavano generazioni di semplici lavoratori – a partire dal “pozzaro” che si calava con la fune nel buco fatto nel terreno a colpi di piccone – di abili tecnici e imprese specializzate: embrione di un distretto che guadagnerà posizioni di eccellenza mondiale. Dalla metà dell’Ottocento si contano in Italia cinque Scuole minerarie con tecnici della perforazione formati principalmente a quella piacentina. Un territorio, questo, che si caratterizzerà come quello a maggiore concentrazione di conoscenze tecniche nell’intero ciclo petrolifero: dalla mineraria alla raffinazione, con tecniche allora all’avanguardia, al trasporto, col primo oleodotto (1908) di 29 chilometri che collegava la prima raffineria sorta a Fiorenzuola d’Arda ai giacimenti piacentini (Fig.1) e il primo metanodotto (1937) che univa i pozzi di Podenzano alla città di Piacenza e poi a Lodi e Milano.

Tra il 1911 e il 1925 le ricerche minerarie non avevano portato a risultati significativi e la produzione declinava. La costituzione nel 1926 dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) rappresentò la presa d’atto di tale situazione: l’AGIP incominciò a svolgere ricerche su tutto il territorio nazionale, spingendosi anche all’estero. Per i primi quaranta anni del XX secolo l’esplorazione petrolifera in Italia dette tuttavia pochi risultati. La geologia del nostro Paese richiedeva conoscenze e tecnologie allora inesistenti.

Se i risultati industriali ottenuti da AGIP non furono pari alle aspettative, fondamentale per il futuro dell’industria italiana fu, invece, l’eredità che lasciava. Di essa merita sottolineare due aspetti. In primo luogo, l’approccio scientifico alla conoscenza del sottosuolo italiano avuto dall’Azienda di stato, chiamando a collaborare i maggiori scienziati. Da artigianale la ricerca doveva divenire industriale, aumentando di scala e facendo ricorso alle tecniche innovative della geofisica, ad iniziare da quella sismica a riflessione – nuovo paradigma tecnologico della ricerca mineraria – che aveva dato eccellenti risultati negli Stati Uniti. Pur disponendo di poche risorse, AGIP sarà la prima società europea a impiegarla, reclutando nel 1940 una squadra di tecnici americani dalla Western Geophysical Co. di Los Angeles, il cui contributo sarà determinante per comprendere la geologia del sottosuolo padano e per la scoperta, tra 1944 e 1946, a Caviaga (Lodi) del più importante giacimento di gas nell’Europa Occidentale – con riserve di 12 miliardi di Sm3 – e nel 1949 del primo grande giacimento di petrolio a Cortemaggiore (Piacenza).

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Fig.1 – Primi anni del ‘900; campi pozzi nell’Appennino piacentino

Il secondo tratto emblematico dell’eredità dell’AGIP era la centralità del sapere quale insieme di conoscenze e competenze scientifiche, tecniche, organizzative necessarie alla crescita delle imprese e alla riduzione dell’enorme divario sui trust internazionali. Un Sapere che si incardinava negli uomini, nella loro cultura tecnico-scientifica, nella forza dei loro convincimenti più che nei risultati concretamente conseguiti. Un’eredità che si incardinerà nella grande vicenda di Eni fondata nel 1953 da Enrico Mattei, nominato nell’immediato dopoguerra Commissario Straordinario dell’AGIP col compito di liquidarla ma convinto della necessità per il nostro Paese di disporre di una robusta e indipendente azienda petrolifera nazionale. Dal sito www.pionierieni.it: “gli scopi dell’Associazione sono la promozione della solidarietà tra i suoi Associati, l’individuazione di attività e iniziative di carattere socio-culturale, di interesse per tutti i Soci, al fine di:

mantenere vivi e condividere nel tempo lo spirito, la passione e le emozioni, i valori originali in ambito sociale, culturale, imprenditoriale, tecnico-scientifico e internazionale del Gruppo Eni e trasmetterli alle nuove generazioni, favorendo l’aggregazione di Associati per omogeneità di comuni e condivise esperienze professionali e di lavoro;

ricordare, con opportune iniziative commemorative, la figura e le opere di Enrico Mattei, Fondatore e Primo Presidente dell’Eni, e di quanti hanno collaborato e contribuito alla continua crescita del Gruppo Eni in Italia e nel mondo;

promuovere, tra tutti gli Associati, la raccolta di documentazione, esperienze, testimonianze, ricordi e aneddoti sul loro lavoro, per alimentare il proprio Fondo Storico, a disposizione dell’Archivio Storico Eni, nonché il suo continuo aggiornamento sulle attività attuali e sui progetti futuri del Gruppo Eni, anche tramite contatti e incontri con le sue Unità Operative.”

Con Eni si avvierà la straordinaria stagione della ricerca mineraria nel nostro paese. Tra 1946 e 1960, partendo praticamente da zero, l’Azienda di Stato moltiplica di 50 volte i metri perforati con un aumento delle riserve, soprattutto di gas, da valori insignificanti a 300 milioni barili petrolio equivalente nel 1953, a 661 nel 1960, a 946 nel 1970, a 3.416 nel 1980. Simmetrica la curva della produzione di petrolio anche se a livelli marginali sulla domanda interna, mentre il balzo di quella di gas sarà in grado di alimentare per molti anni l’intera domanda. La politica allocativa del gas seguita da Mattei mirava a due obiettivi. In primo luogo, l’ammodernamento tecnologico e l’allargamento della nostra base industriale cui il gas viene destinato per i due terzi nella prima fase della metanizzazione (1950-1970). In secondo luogo, la riduzione dei prezzi per rafforzare la competitività industriale e la capacità di spesa delle famiglie, col progressivo aumento dei loro usi in parallelo all’espandersi delle reti di distribuzione ad opera di società private e pubbliche. Per la seconda volta nella storia unitaria l’energia veniva a svolgere un ruolo cruciale nello sviluppo del Paese. La prima, incardinata sull’idroelettrica, la si era avuta nella fase del “decollo” economico tra 1897 e 1913. La seconda, negli anni del “miracolo” tra 1949 e 1963, incentrata su petrolio e gas.

Negli anni ‘50 l’attività di esplorazione in Pianura Padana fu frenetica, con l’impiego di otto gruppi sismici (per metà di contrattisti italiani, Fig. 2) e di trenta impianti di perforazione (Fig. 3). Un record per quell’epoca nell’intera Europa. La produzione annua, che nel 1945 era stata di 12 milioni di Sm3, balzò a 1 miliardo nel 1953, a oltre 6 miliardi nel 1960, a 12,1 nel 1970 sino a punte di 20 miliardi.

fig2Fig.2 – Anni ’50; perforazione di Agip Mineraria a Sant’Arcangelo di Romagna (www.enistoria.eni.com)

fig3Fig.3 – Anni ’50; geologo durante le prime attività di ricerca sismica Agip Mineraria in Italia (www.enistoria.eni.com)

In Sicilia, nel 1953 l’americana Gulf Oil fece le prime scoperte a olio nei dintorni di Ragusa, cui seguirono quelle di Gela (1956), sempre a olio, e quella a gas di Gagliano nel 1959. Una data storica per l’industria petrolifera italiana con l’avvio dell’esplorazione in mare col primo pozzo europeo perforato in Sicilia, nelle acque di Gela (Fig. 4), mentre nel 1960 si perfora il primo pozzo nell’Adriatico, davanti a Ravenna, dove inizia la prima produzione europea di gas da giacimenti offshore. L’esplorazione petrolifera si rivolse in seguito all’Italia centro-meridionale, con le scoperte dei giacimenti metaniferi di San Salvo e Cupello in Abruzzo e di Ferrandina e Grottole in Basilicata.

fig4Fig.4 – 1965; Agip perfora con il primo pozzo offshore in Europa “Gela mare 21” della Saipem, Sicilia (www.enistoria.eni.com)

Nel 1973 si ebbe la prima scoperta di olio nei carbonati profondi della Pianura Padana, a Malossa (Bergamo), a oltre 5.000 metri di profondità e nel 1984 quella ancora più consistente di Villafortuna a Trecate (Novara), il giacimento petrolifero a terra allora più grande dell’Europa Occidentale, ad oltre 6.000 metri di profondità.

Nel 1988 si scoprì il giacimento a olio di Monte Alpi (Potenza), il primo dei giacimenti della Val d’Agri. Nello stesso anno fu anche messo in produzione il giacimento offshore di Aquila, nel Canale d’Otranto davanti a Brindisi, situato su un fondale di 850 metri, che al tempo fu un record europeo di produzione offshore in grandi profondità.

Nel gennaio 1997 entrò in vigore la nuova legge petrolifera italiana, che liberalizzò le ricerche nella Pianura Padana, consentendo dal 2000 l’ingresso di compagnie private nell’esplorazione petrolifera di questo bacino.

C’è sicuramente da evidenziare, come in qualunque attività industriale, che il rischio di incidente è sempre dietro l’angolo: l’incendio ai pozzi Caviaga nel 1949-1950, l’eruzione al pozzo sulla piattaforma Paguro al largo di Ravenna nel 1965, l’eruzione al pozzo Trecate 24 nel 1994 sono gli incidenti principali, e decisamente i più gravi, nella storia italiana. Come sempre deve accadere, molto si è imparato da quegli incidenti e dalle cause che li hanno provocati: anche in questo caso, in Italia è stata sviluppata e messa in pratica una sofisticata tecnologia e una capacità ad operare in sicurezza esportate nel mondo.

E adesso?

E adesso, per poter rispondere alla domanda del titolo, ritengo necessario riprendere quanto prevede la Strategia Energetica Nazionale, recentemente approvata con Decreto congiunto del Ministero dell’Ambiente e del Ministero dello Sviluppo Economico dell’8 marzo 2013: grandi sforzi dietro tale documento, purtroppo svuotato dalla transizione politica nella quale ci troviamo. Senza entrare nel dettaglio del documento, è utile rimarcare che ai fini del perseguimento degli obiettivi comunitari di riduzione delle emissioni di CO2, di risparmio energetico, di efficentamento delle reti e degli impianti, di gestione delle fonti, il documento riconosce agli idrocarburi il ruolo di fonte energetica strategica per un graduale ma necessario passaggio verso modelli di sviluppo dell’energia alternativi, e ne viene promosso lo sviluppo delle attività legate alla produzione nazionale della risorsa, nel pieno rispetto delle condizioni ambientali e territoriali al contorno (Figg. 5 e 6).

fig5Fig.5 – 2009; perforazione di un pozzo esplorativo in Pianura Padana

fig6Fig.6 – 2011; Acquisizione sismica a vibroseis in Pianura Padana

Conclusioni

Le competenze e le conoscenze del geologo degli idrocarburi sono di vitale importanza in diversi settori: da quello più ovvio dell’esplorazione del sottosuolo (per il quale sono necessarie di volta in volta conoscenze di geologia strutturale, geofisica, sedimentologia, paleontologia, di analisi ed interpretazione delle registrazioni elettriche nei pozzi, ma anche di aspetti macro e micro-economici e finanziari) a quello più afferente ad aspetti che stanno giustamente assumendo sempre più importanza in qualunque ciclo produttivo: l’ambiente. Le analisi ambientali, la valutazione delle interferenze delle attività previste con il territorio, la modellazione delle stesse, la mitigazione degli impatti indotti, il monitoraggio, il dimensionamento delle opere sono ambiti di competenza specifica del geologo, sempre più necessario per svolgere qualunque attività industriale.

Non essendo richiesta l’iscrizione all’Ordine professionale per svolgere l’attività di geologo degli idrocarburi è difficile capire quanti siano i geologi italiani attualmente impegnati, a vario titolo, in attività legate all’esplorazione e produzione di idrocarburi in Italia e in parte all’estero. Una stima quasi certamente per difetto porta ad un numero compreso fra 450 e 500: un esercito di professionisti che lavorano con passione e con impegno. E che poco sopportano che qualcuno, magari un non-geologo, possa anche lontanamente pretendere di insegnargli l’attenzione all’ambiente e al territorio circostante. Fa parte della nostra cultura professionale, fa parte del nostro essere cittadini.

È quindi in uno strano contesto che il nostro Paese si muove in questo momento: da una parte potenzialità geologiche per una ripresa delle attività e quindi una ripresa del contributo della produzione domestica alla domanda di idrocarburi, una scuola e una dedizione professionale invidiabili; dall’altra un aumento delle contestazioni di vario tipo al settore industriale, contestazioni troppo spesso legate a pressappochismo e convenienza politica e di visibilità.

Un esempio lampante è quanto vissuto durante l’evento sismico in Emilia del maggio 2012: senza entrare nel dettaglio scientifico della eventuale, ma ancora non supportata da alcun dato, sismicità indotta dalle esistenti attività di produzione di fluidi dal sottosuolo, e del loro stoccaggio, nell’area, abbiamo assistito a una assurda caccia alle streghe, alla ricerca di “trivelle fantasma” o di “fanghi perforanti”, il tutto testimoniato da “bagliori notturni” o da contemporanee eruzioni vulcaniche sulle Ande o dalla teoria del complotto militare con un fantomatico “progetto Terratron” per la creazione dell’arma climatica finale (vedi www.giornalettismo.it).

Il tutto raccontato sulla pelle di chi ha vissuto, e sta ancora vivendo, il dramma di una casa distrutta, di un lavoro che non c’è più, di una paura che ti entra dentro e che non ti lascerà per molto tempo, e che fa domande anche per esorcizzare questa paura e rimboccarsi le maniche. E le risposte che hanno trovato più spazio a caldo sono andate tutte o quasi a senso unico, fra complotti e maledizione Maya, anche purtroppo con la puntata di OffTheReport andata in onda su RaiTRE domenica 3 giugno 2012.

Ho da sempre massimo rispetto per le professionalità tutte, ma vedendo quella puntata in cui si è parlato di terremoto e di idrocarburi (e dei fantomatici rapporti causa-effetto fra i due) mi sono chiesto perché non sono stati intervistati esperti del settore e invece cosa c’entravano un esperto di fotochimica e fotofisica delle nano-particelle oppure un geologo che si occupa di bonifica di siti inquinati: è come chiedere a un ortopedico di intervenire su un anziano a cuore aperto, magari lo sa fare, ma magari no…

Un altro colpevole “a prescindere” dell’innesco dell’evento sismico è stata la tecnica del fracking idraulico, che “a furor di rete” è stata denunciata come una tecnica estesamente utilizzata in Emilia e proprio in vicinanza di quello che viene chiamato “cratere sismico” (ma chi lo ha inventato?).

Ma siamo convinti di aver capito cosa è questo fracking? Parola anglosassone, che significa “fratturazione”. Detta così allora il fracking in Italia si fa da secoli: anche gli antichi romani facevano fracking nelle attività di cava, e poi nelle bonifiche di versanti rocciosi in frana, in pozzi per la produzione di quella risorsa del sottosuolo che si chiama acqua. Anzi, noi geologi sappiamo che madre natura fa fracking da centinaia di milioni di anni in tutti i suoi fenomeni endogeni (vulcani, terremoti, tettonica delle placche, evoluzione geomorfologica, …). E allora, di cosa stiamo parlando? Se per fracking intendiamo le attività decisamente invasive svolte in alcune parti del mondo (USA, Canada fra gli altri) per lo sfruttamento di idrocarburi da scisti argillosi, allora NO, IN ITALIA NON SI FA questo tipo di attività, e mai si farà perché non ci sono shale gas o shale oil. Chiedere una legge che vieta il fracking in Italia è come chiedere una legge che vieti in Italia montagne più alte di 5.000 m: non serve, già ci ha pensato Madre Natura. E inoltre nessuno parla più dell’unica cosa di cui si dovrebbe parlare in questi casi: di prevenzione, e dei morti a causa dei capannoni crollati perché costruiti male.

Abbiamo assistito al proliferare di “esperti” nominati tali dalla rete.

Emblematico il caso del geom. Olinto Bonori, iscritto al Collegio dei Geometri di Reggio Emilia, ringraziato da Pellegrini e Vezzani nel 1978 (Faglie attive in superficie nella pianura Padana presso Correggio RE e Massa Finalese MO. Geogr. Fis. Dinam. Quat.) per aver topografato alcune fratture in superficie: è improvvisamente diventato “geologo esperto di sismicità attiva e neo-tettonica della Bassa Emiliana”. Ho assistito ad una delle tante assemblee pubbliche alle quali è stato invitato a parlare e dire che “I petrolieri frantumano la matrice. Sapete cosa è la matrice? È la roccia madre, è madre natura. Capite? I petrolieri frantumano madre natura”. E giù applausi scroscianti, urla del tipo “Vergogna ai petrolieri”, tifo da stadio.

O il caso della prof. Maria Rita D’Orsogna, laureata in Fisica, professore associato di matematica applicata in una Università statunitense, dichiaratasi autodidatta e quindi eletta esperta di idrocarburi, che gira l’Italia a parlare di questa materia, anche in consessi di geologi professionisti come accaduto a maggio di quest’anno. Parla di “fanghi perforanti” alludendo ai “fluidi di perforazione” e dandogli quindi una connotazione “attiva” (e subdolamente quindi acida, corrosiva, inquinante), e accusa sulla stampa la prof. Daniela Fontana, Ordinario di geologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, di non capire nulla di geologia…

O anche il caso di Giovanni Favia, consigliere regionale dell’Emilia Romagna che pone dubbi sull’imparzialità dei membri della cosidetta Commissione ICHESE, commissione internazionale richiesta dalla Regione Emilia-Romagna e convocata dalla Protezione Civile per indagare sulle possibili connessioni fra “attività di perforazione e eventi sismici emiliani del maggio 2012”.

La questione purtroppo NON è la reale necessità di tale Commissione, l’esistenza o meno di Enti pubblici o privati di ricerca in grado di poter rispondere a tali domande; la questione è diventata solo l’imparzialità di esperti internazionali del settore: è come se con una gamba rotta chiedo l’intervento di un idraulico perché può essere che l’ortopedico faccia parte del cartello degli ortopedici! Vige il principio secondo il quale se sei un esperto del settore sei dichiaratamente colluso, per definizione.

E purtroppo emblematico è stato l’assordante silenzio che il mondo di noi geologi ha saputo produrre.

Troppe volte assistiamo alla consegna “a furor di rete” di patenti di conoscenza a personaggi a cui non viene richiesta nessuna “garanzia di conoscenza” e che rifiutano regolarmente ogni possibile contraddittorio.

Sarebbe invece utile avviare un serio dibattito sulla necessità di una profonda conoscenza del territorio, sull’energia, sui danni provocati dal terremoto non solo in quanto tale ma anche e soprattutto perché manca una coscienza della prevenzione, senza pregiudizi, senza questioni a prescindere, senza attaccare o difendere posizioni che troppo spesso cadono in fenomeni NIMBY; in fondo la macchina la guidiamo, la pastasciutta la cuciniamo, la giacca a vento in materiale plastico e quindi derivato del petrolio la mettiamo, e dalla California all’Italia serve l’aereo, non ci si va a nuoto!

Troppe volte dimentichiamo questi aspetti, troppe volte chi fa informazione rischia di cadere nella stessa errata ricerca di facili massimi consensi o massimi dissensi; troppe volte l’etica professionale e l’approccio scientifico vengono sacrificati per un po’ di notorietà o per un titolo che faccia tanta notizia e poca informazione. Troppe volte si cade in un pericoloso luddismo intellettuale che poco facilita, anzi ostacola, l’apertura di quei meccanismi virtuosi di diffusione della conoscenza di cui tutti avremmo davvero bisogno in questo paese franato, cementificato, terremotato, alluvionato sia fisicamente che purtroppo mentalmente.

Proviamo a riguardare le fonti energetiche in altro modo: disponibili (e non), e ancora accessibili (e non). Scopriremo qualcosa di molto curioso, ovvero che oltre al sole, al vento, al calore del sottosuolo, in alcune zone del nostro territorio anche il gas naturale e il petrolio rischiano di entrare in questa categoria. E se dopo accessibili mettiamo anche necessarie, gli idrocarburi restano con pieno diritto nella categoria. E se per ultimo inseriamo anche accettabili, ecco che abbiamo bisogno di continuare a ragionare. La disponibilità di una fonte energetica dipende dalla vicinanza del motore che la genera, dalla sua quantità e dalla sua trasportabilità; la sua accessibilità dipende non solo dalle caratteristiche qualitative in natura, ma anche dalla tecnologia disponibile per il suo prelievo, dalle norme che ne regolano le attività e da quanto queste sono in coerenza con le modalità di prelievo; la sua necessità dipende dalla disponibilità di fonti alternative; infine, la sua accettabilità dipende da quanto la percezione dei rischi e dei danni è vicina alla realtà della tecnologia e delle regole del gioco.

Ecco allora che ci ritroviamo a ragionare su un “contenitore” che esce dagli schemi tipici con i quali abbiamo classificato e incentivato (vs. penalizzato) le diverse fonti di energia e che si adatta a tutte le scale di dettaglio per la redazione di modelli di sviluppo del territorio (P.Vecchia e R.Fazioli, 2013).

Per rispondere alla domanda posta nel titolo: sì, vale ancora la pena pensare alla professione del geologo degli idrocarburi in Italia. È una delle poche professioni che permettono ad un geologo di mettere in pratica tutto ciò per cui ha studiato: fare ricerca, dare un senso applicativo alla materia, continuare a studiare, viaggiare e confrontarsi con tantissime realtà in giro per il mondo, diffondere il rispetto per il territorio nel quale si vive, contribuire allo sviluppo del paese. A meno di poche, troppo poche realtà, il mondo accademico ha dimenticato questa disciplina: sarebbe bene che invece venga riscoperta e nuovamente insegnata.

Un ulteriore capitolo si dovrebbe aprire per introdurre (e ragionare su) un altro concetto basilare, che sta assurgendo a elemento di primaria importanza nell’ambito di qualunque discorso sull’energia: l’efficienza e il risparmio energetico sono l’unica vera, reale e concreta forma di energia sostenibile. Anche qui l’attenzione e l’etica professionale del geologo potrebbe essere molto utile. Ma questa è un’altra storia, che coinvolge le sfere dell’educazione civica e del rispetto del bene comune.


 

Bibliografia

Clò A. et alii (2012) – L’Importanza e le Opportunità dell’Industria Petrolifera Italiana. R.I.E.

Fratocchi L. e Parisse M. (2013) – Idrocarburi in Abruzzo: scenario economico, occupazionale e territoriale. Confindustria Chieti.

Macini P. e Mesini E. (2011) – L’industria petrolifera in Emilia tra Otto e Novecento, con in appendice lo studio di E.Camerana e B.Galdi “I giacimenti petroliferi dell’Emilia” del 1911. Clueb

Piglia A. e Cardinali L. (2011) – 150 anni di energia in Italia. Gie edizioni

Maugeri L. (2011) – Con tutta l’energia possibile. Petrolio, nucleare, rinnovabili: i problemi e il futuro delle diverse fonti energetiche. Sperling&Kupfer

Soc.Petrolifera Italiana (1955) – I petrolieri alla ricerca del petrolio. Piacenza

Stoppani A. (1866) – I petroli d’Italia. Il Politecnico Milano

Vecchia P. e Fazioli R. (2013) – Per una riforma delle politiche energetiche in Italia: la necessità di un beneficio tangibile per le comunità locali. Quaderni DEM 9/2013. Univ. Ferrara, Dip. Economia e Management