Esplorazione, paure e falsi miti

pozzi-italia

Pozzi perforati in Italia fino ad oggi

L’attività estrattiva in Italia ha radici antiche, che risalgono agli anni 50. Nel corso degli anni 60 e 70, l’Italia ha prodotto idrocarburi senza che nessuno se ne accorgesse: chi sa che siamo il terzo produttore europeo di gas ed il quarto di petrolio? Non tornano alla memoria incidenti degni di nota, nessuna catastrofe ambientale, nessuna macchia di olio che si espande minacciosa verso le coste dei nostri mari. Le attività turistiche hanno convissuto per decenni con quelle estrattive. Non risulta che, ad esempio, a Rimini e Riccione i turisti non ci siano più andati da quando negli anni 60 in quella zona dell’Adriatico (come anche il resto di esso) sono state costruite numerose piattaforme offshore.

L’Emilia Romagna, come tante altre regioni produttive di idrocarburi quali Lombardia, Piemonte, Veneto, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Sicilia, hanno continuato a produrre, accanto al turismo, i loro prodotti agro-alimentari che tutto il mondo ci invidia. Dagli anni 90 in poi le attività estrattive in tutto il paese si sono ridotte enormemente. Si è arrivati a livelli di un paio di pozzi l’anno quando andava bene, fino a zero (0!) nel 2014. La produzione dai pozzi esistenti ha continuato incessante. Negli ultimi anni si parla di ripresa, ma i numeri dei pozzi perforati all’anno non sono confrontabili con quelli del passato. Allora perché si parla di “invasione delle trivelle”? Quale invasione, se nei decenni passati si perforava di continuo senza che nessuno se ne rendesse conto (significa “senza causare problemi”) e oggi si parla solo di una ripresa dell’attività che non arriverebbe mai ai ritmi del passato?

Di cosa si ha paura? Di una catastrofe come nel Golfo del Messico? Beh, nei nostri mari sarebbe impossibile: giacimenti di petrolio in pressione non ne abbiamo, se accadesse la stessa eccezionale sequenza di errori umani, l’acqua del mare invaderebbe il pozzo, non il contrario. Ed i pozzi che si progettano in Adriatico oggi vorrebbero sfruttare giacimenti che non possono nemmeno essere paragonati a quelli del Golfo del Messico, né come volumi, né come profondità (quindi pressioni). Nell’immaginario collettivo, la concessione di un permesso di perforazione porta all’invasione di trivelle nelle nostre verdi regioni incontaminate. Incontaminate? Negli anni 60-80 tutte le regioni di cui sopra hanno ospitato una intensissima attività di perforazione. Cosa è successo? Nulla. Meno di nulla succederebbe se i progetti di oggi venissero tutti sbloccati: le tecnologie sono enormemente migliorate; significa sia capacità di individuare giacimenti non ritrovati in passato, sia la possibilità di poter estrarre meglio e di più da giacimenti che 30 anni fa sarebbero stati considerati non di interesse. Tecnologie moderne significa anche maggiore sicurezza sia verso l’ambiente che per i lavoratori (è il settore di gran lunga con meno incidenti sul lavoro). Se è vero che in passato le piattaforme petrolifere sversavano di tutto a mare, è ancor vero che oggi non si può più fare, esistono i controlli, severissimi, del Ministero dell’Ambiente. Le piattaforme moderne sono a rilascio zero, inquinano molto meno delle automobili che scorrono lungo le strade costiere e difficilmente gli automobilisti si accorgerebbero della loro esistenza. Oggi da un solo pozzo si può sviluppare un giacimento anche ampio, senza dover perforare numerosi pozzi, attività costosissima che qualunque compagnia preferisce evitare quando può.

La paura è lo shale gas? Il famigerato fracking? Sappiate che in Italia è vietato. Ma ci ha pensato pure madre natura: non abbiamo la possibilità che si siano formati giacimenti sfruttabili con quelle tecnologie, quindi non abbiamo shale gas e non possiamo effettuare fracking. Se qualcuno dice il contrario dice il falso. Il problema è la confusione che si genera dato che esistono due tipi di fracking, quello per estrarre lo shale gas, ossia per sfruttare i giacimenti non convenzionali (da noi proibito dalla legge), sia quello per migliorare la produttività di giacimenti convenzionali: si inietta acqua ad alta pressione per fratturare la roccia e renderla più permeabile. Nessun additivo chimico pericoloso, al massimo qualcosa come la normale candeggina usata in casa.

Drilling_fluidsI fanghi perforanti? Non esistono. Si tratta della traduzione sballata dall’inglese o di una storpiatura voluta apposta per creare disinformazione e paura. I “drilling muds” non sono altro che i fanghi da sempre utilizzati per perforare anche i pozzi ad acqua per evitare che la testa perforante fonda per l’attrito e per riportare in superficie i detriti in modo da analizzarli ed ottenere la stratigrafia geologica del pozzo. Servono anche a ricoprire le pareti del pozzo in modo da isolare completamente il sottosuolo esterno ad esso, aiutando a proteggere eventuali acquiferi dalla contaminazione da idrocarburi (cosa che fa principalmente il rivestimento stagno del pozzo, detto casing). I fanghi non sono perforanti, non sono dei prodotti chimici ad alta tossicità che sciolgono la roccia per permettere alla “trivella” di avanzare; la testata è una corona dentata di diamanti e altri materiali durissimi che possono tritare la roccia, ma il surriscaldamento è enorme e quindi vanno lubrificati e raffreddati – a questo servono i fanghi di perforazione (immagine a lato), la cui composizione deve essere consultabile, non può mai essere segreta.

presagio-di-morteAbbiamo paura delle trivelle, Ci si immaginano cieli oscurati dai fumi neri, spiagge annerite, boschi devastati, cibo inquinato. Ma non è questa la realtà. Un pozzo a gas è molto meno invasivo di qualunque palazzo in costruzione. Alla fine si tratta di una piccola area recintata in cui si vede qualche tubo che porta il gas nella rete nazionale di distribuzione, così che possiamo scaldarci d’inverno, cucinare e lavarci con l’acqua calda. A parità di produzione energetica, è più invasivo un campo di pale eoliche o di pannelli solari. Che poi questa sia energia rinnovabile è vero; pulita non so quanto: i pannelli solari contengono materiali altamente tossici che andranno poi smaltiti correttamente e magari ce li procuriamo grazie al lavoro di bambini sfruttati nelle miniere del terzo mondo. Inquinamento? Materiali tossici? Dovremmo preoccuparci davvero delle organizzazioni criminali utilizzate da industrie senza scrupoli che pur di non pagare i costi dello smaltimento dei rifiuti tossici che producono, preferiscono risparmiare pagando molto meno chi glie li fa sparire seppellendoli nelle nostre campagne e affondandoli nei nostri mari o laghi da cui traiamo nutrimento, quel cibo made in Italy che è il fiore all’occhiello del nostro paese. Invece sono i “petrolieri” che vengono ad inquinare, ad invadere il nostro territorio. Invadere? I permessi sono concessi alla luce del sole dalle autorità ministeriali e locali. Non si pagano mazzette per ottenerli, non si fanno accordi con chissà chi, tanto meno con la criminalità locale. I rapporti ambientali che comprovano la fattibilità di tali progetti sono dettagliatissimi, costosissimi e vengono severamente controllati da apposite commissioni ministeriali che si occupano poi pure di sorvegliare che i lavori procedano nel rispetto dell’ambiente. Non so se esista una attività più controllata. Tra l’altro, quando una azienda ottiene un permesso di ricerca non significa che arriverà un’invasione di trivelle. Significa solo che l’azienda ha i diritti (e l’obbligo) di effettuare ricerche, il più delle volte su dati preesistenti, per capire se ci fossero opportunità economiche; se non ne trovasse abbandonerebbe l’area. In caso contrario si effettuerebbe un solo pozzo esplorativo per capire se ci sia davvero un giacimento sfruttabile; se non ci fosse il pozzo andrebbe richiuso e l’area ripristinata a dovere (sotto il rigido controllo ministeriale). Poi il permesso andrebbe abbandonato. In caso di successo, invece, bisognerà chiedere di nuovo autorizzazioni, effettuare relazioni ambientali da sottoporre a valutazione del ministero, prima di ottenere il permesso a perforare solo sull’obbiettivo individuato, non su tutta l’area del permesso! Nessuna compagnia sprecherebbe soldi per crivellare l’intera area alla cieca con una invasione di “trivelle”! Gli studi, le ricerche, si effettuano prima per individuare un luogo preciso, mica si procede selvaggiamente a fare buchi! Nessuna invasione quindi, nessuno stupro del territorio.

agric-forestry-gasesIntanto l’agricoltura di tutto il mondo riversa nei mari quantitativi enormi di sostanze inquinanti. Allevamento, agricoltura e deforestazione per creare nuovi campi agricoli producono assieme più gas serra di quanto non lo faccia il nostro viaggiare in aereo ed in auto. Ma no! La colpa è delle “trivelle”. Quando crollano le case e la gente muore dopo un terremoto non ci si scaglia sul mancato rispetto delle norme antisismiche da parte dei costruttori, magari occupati a far quadrare il bilancio dei lavori utilizzando materiali più economici. No, sono state le trivelle a causare il terremoto ed i morti, non la corruzione negli appalti edilizi, le mazzette elargite per ottenerli e la conseguente riduzione delle spese per poterci rientrare.

Diamo la colpa ai soliti “texani”, ai petrolieri, gli inquinatori del mondo, tanto non reagiscono. Prendersela con le “ecomafie” che seppelliscono veleni sotto i campi agricoli forse è più pericoloso…