Chi ha paura degli idrocarburi?

image.phpDa qualche tempo gli idrocarburi spaventano gli italiani e non solo. Più o meno accade da quando nel 2010 una piattaforma è esplosa nel Golfo del Messico in USA e si sono avute ingenti fuoriuscite di greggio arrivare fino ad inquinare le coste. Un disastro. Ma a nulla servono gli appelli degli addetti ai lavori volti a chiarire come le condizioni di lavoro e l’assetto geologico dei nostri mari siano totalmente diversi dal Golfo del Messico. In genere le compagnie petrolifere vengono viste come dei grossi bulli che fanno un po’ come pare loro, in barba a leggi, controlli e sorveglianza. Non è così. In Italia i controlli sono ferrei. Se è vero che negli anni 60-70 le compagnie “facevano come pareva loro”, oggi a sversare porcherie in mare si viene “beccati” subito! Le nostre leggi sono tra le più restrittive in Europa per quel che riguarda questo settore. E per fortuna! Tutto si svolge alla luce del sole. Esiste una polizia mineraria, enti come ISPRA e ARTA che monitorano continuamente le attività estrattive, regolate da severissimi vincoli ambientali che, se non rispettati, possono portare al blocco immediato delle stesse.

Altri tipi di attività, come ad esempio le costruzioni edilizie, non subiscono nemmeno una minima frazione di questi controlli. Gli studi di impatto ambientale per un pozzo anche solo esplorativo, comprendono l’analisi degli effetti su flora e fauna, fino ad arrivare ai disturbi arrecabili al plankton per via della illuminazione notturna di una piattaforma! Si analizzano le caratteristiche di tutta la strumentazione da utilizzare per analizzarne l’impatto sull’inquinamento o addirittura il disturbo sonoro di flora e fauna durante i lavori! Sarebbe da chiedersi se nel costruire un palazzo ci si preoccupi di salvaguardare i formicai distrutti o del rumore che disturberà i ciddadini per mesi e mesi durante i lavori. Per un palazzo che è lì per restare molto, molto più a lungo di un pozzo per idrocarburi.


I permessi di ricerca non vengono ottenuti “chissà come”, ma solo dopo un preciso iter burocratico, vengono assegnati dal Ministero dello Sviluppo Economico (previa approvazione di quello dell’Ambiente) a compagnie che possano certificare le capacità di portare avanti le ricerche e le operazioni


I permessi di ricerca non vengono ottenuti “chissà come”, ma solo dopo un preciso iter burocratico, vengono assegnati dal Ministero dello Sviluppo Economico (previa approvazione di quello dell’Ambiente) a compagnie che possano certificare le capacità di portare avanti le ricerche e le operazioni, che vanno documentate a cadenza trimestrale al Ministero dello Sviluppo Economico, pena la revoca del permesso. Non si versano mazzette per poterli ottenere, non ce n’è bisogno. Ma si parla di permessi di RICERCA. Solo se la compagnia (o le compagnie) riterranno che valga la pena tentare una perforazione esplorativa, si chiederà una concessione di sfruttamento (che non è detto che verrà accordata). Se positiva, potrebbe anche diventare comunque l’unica installazione: non immaginatevi un’area verde completamente crivellata da pozzi (non trivelle come si usa dire, nessuno usa trivelle in questa attività!). Gli scenari apocalittici dello shale gas americano non c’entrano nulla neanche riguardo al numero di pozzi. Con le moderne tecnologie, un giacimento convenzionale (l’unico tipo che si cerca in Italia), un giacimento anche abbastanza esteso, è facilmente sfruttabile da un solo pozzo, deviando le successive perforazioni da un’unica piazzola. Nel caso del gas, quello che resta è un impianto neanche troppo invasivo (non come si immagina oggi come oggi) direttamente connesso alla rete nazionale, con cui tutti ci scaldiamo, cuciniamo e facciamo funzionare le nostre apparecchiature elettriche.

Gli incidenti sono possibili comunque, in qualunque ambito. Si parla di un gasdotto esploso negli USA causando morti e disastri vari. Dopo l’incidente nel Golfo del Messico nel 2010, gli USA fermarono le attività per un paio di mesi, per capire bene cosa fosse successo. L’Italia, con decreto Prestigiacomo, bloccò tutte le attività offshore entro 12 miglia dalla costa (per sempre), quando in Adriatico la geologia, Madre Natura stessa quindi, esclude la possibilità di un disastro simile, vista l’assenza di serbatoi di tali dimensioni a tali profondità (sia di mare che di sottosuolo) e sopratturro a tali pressioni. In sostanza, se un incidente come quello del Golfo del Messico dovesse accadere in Adriatico, l’acqua del mare entrerebbe nel pozzo, non uscirebbe petrolio perché da noi sotto pressione non ne abbiamo.
Nel 2012 i ricorsi delle compagnie italiane e straniere che avevano investito a lungo in queste aree hanno ottenuto che si permettesse di continuare i lavori già in corso al momento del decreto, ma di fatto molti progetti sono ancora fermi. Altro che invasione delle trivelle…


Quando cade un aereo non si parla di fermare i voli perché con un incidente sono morte centianaia di persone.


Quando cade un aereo non si parla di fermare i voli perché con un incidente sono morte centianaia di persone. Neanche si proibisce l’uso dell’auto, nonostante gli incidenti siano all’ordine del giorno. Anche ad operarsi di appendicite c’è il rischio di restare sotto i ferri, ma se ho l’appendicite il rischio lo devo correre, altrimenti la morte è una certezza. Se prendo l’aereo per viaggiare, accetto di correre il rischio di un incidente, forse mortale; vale ancora di più per l’automobile. Se voglio continuare ad usare il gas per scaldarmi e cucinare, dovrò auspicare che questo venga in qualche modo trovato ed immesso in una rete di distribuzione, che spero non esploda da qualche parte per un incidente. Non è che per stare tranquillo rinuncio alla fornitura di gas.

Tutti noi auspichiamo che le fonti rinnovabili vengano incontro al fabbisogno nazionale, anche chi opera nel settore di quelle fossili. Sappiamo benissimo che le fossili da sole non bastano. Sappiamo benissimo che bruciarle inquina. Ma le alternative da sole basterebbero ancora meno. La fame di energia nel mondo è in crescita, magari minore di quanto ci si aspettava, ma sempre in crescita. Ci servono tutti i metodi per crearla. Meno si usano fonti fossili, meno si inquina, ok. Ma la fonte fossile che inquina davvero è il carbone, il gasolio, non certo il metano.

I pannelli fotovoltaici possono contenere minerali rari, magari vengono estratti da minatori/schiavi (anche minori) in paesi in via di sviluppo. Una volta finito il ciclo di vita dei pannelli, questi minerali tossici vanno smaltiti. Per non parlare dell’impatto visivo che hanno sia i campi di pannelli solari, che quelli di pale eoliche. Decisamente molto più alto di quello di una piattaforma a mare o un pozzo a gas. Il progresso tecnologico potrà forse farci avere pannelli senza elementi tossici ma si tratterà sempre di impattare l’ambiente come qualunque attività umana. Insomma, quella alternativa non è poi energia così pulita come sembra; comunque si tratta di accettare compromessi per ottenere qualcosa di utile ed indispensabile.

pannelli-fotovoltaici

Pannelli fotovoltaici

prairie-nat-gas-wellheadPozzo a gas in produzione, connesso alla rete di distribuzione

Pale eoliche

E’ difficile comprendere perché si sia sviluppato questo accanimento che rischia di far chiudere un intero settore dell’industria in un paese in crisi economica e con la disoccupazione alle stelle. Paura dell’inquinamento? Perché non prendersela con chi sotterra interi camion, o affonda intere navi di sostanze tossiche in terreni e mari da cui traiamo il nostro nutrimento? Perché non prendersela con quell’agricoltura che riversa sostanze chimiche tossiche nella rete fluviale? Paura dei terremoti? Bisogna costruire come si deve, non cercare capri espiatori nell’attività estrattiva o di stoccaggio, che al limite può generare tremori (non si dovrebbero chiamare terremoti, quelli sono di origine sismica, cioè tettonica) di lieve entità viste le dimensioni dei campi con cui abbiamo a che fare in Italia (e si tratta comunque di alcuni casi su migliaia di giacimenti al mondo!).


Paura dei terremoti? Bisogna costruire come si deve, non cercare capri espiatori nell’attività estrattiva o di stoccaggio


Col terremoto in Emilia sono caduti capannoni di recente costruzione. Come mai non erano antisismici visto che il territorio in questione è sismico a prescindere dalla presenza di attività estrattiva? La prima accusa è stata verso l’INGV che non avrebbe classificato come sismica quella zona. Cosa smentita immediatamente: tocca per legge alla regione creare la carta del rischio sismico, basandosi su quella nazionale creata dall’INGV. Invece un primo tentativo di scaricamento delle responsabilità è stato fatto verso l’INGV. Forse è per questo che invece di interpellare la massima autorità nazionale in materia di terremoti (un’eccellenza italiana anche rispetto ai tanto apprezzati esperti stranieri) si è preferito ricorrere ad una commissione specifica.

Con i costruttori nessuno se l’è presa? Non sembra se ne sia sentito parlare tanto come dell’industria estrattiva. Per motivi che sfuggono alla comprensione sembra più facile prendersela con i “petrolieri”. Non è una bella immagine quella che il nostro Paese da di sé: un paese che manda a processo degli scienziati perché non avevano dato il giusto allarme prima di un terremoto! Tutto il mondo sa che l’unica difesa contro gli eventi sismici è costruire con criteri antisismici. Noi processiamo chi fa ricerca a riguardo ed ascoltiamo ciarlatani che dicono di poter prevedere qualcosa che tutto il mondo sa di non poter prevedere. Ci ritroveremo a fare bandi per rabdomanti per cercare l’acqua…

Un terremoto come quello dell’Aquila o di Amatrice, in Giappone o California non fa neanche notizia (perché non causa alcun danno). Qui provoca stragi. Neanche quello dell’Emilia avrebbe fatto scalpore. Qui si dà la colpa ai petrolieri e si incriminano i sismologi.

Il rapporto del Servizio Geologico della Regione Emilia Romagna sul terremoto del 2012.

Forse le odiate compagnie petrolifere pagano lo scotto dell’immagine che si sono create le sette sorelle degli anni 50, potentissime e spregiudicate, capaci di pilotare governi e scatenare guerre, senza alcun riguardo per l’ambiente e per le persone che andavano a danneggiare per i loro sporchi guadagni. A dispetto della voglia generalizzata di demonizzare, il grosso del lavoro oggi lo fanno piccole aziende, con pochi impiegati, che lavorano onestamente, che non sono colluse col potere in alcun modo (anzi!), che non ottengono nulla per vie traverse, che rispettano le leggi (anche le normative ambientali). Queste aziende investono ingenti quantità di denaro prima di cominciare a guadagnare solo dopo aver effettuato una scoperta commerciale ed averla messa in produzione per molti anni (è normale che i bilanci di compagnie di questo tipo vedano solo uscite per parecchi anni).

Il petroliere spietato a la Rockefeller dei film americani non esiste più. Come non esistono solo Chevron, Shell, ENI, o simili. Esistono tante compagnie medio piccole che cercano di lavorare onestamente per contribuire, sempre in accordo con le leggi dello Stato (in altro modo è impossibile), al fabbisogno nazionale di energia. Grazie alla continua ostilità del pubblico verso queste attività (e quella dei politici che non vogliono rimetterci i voti o che si aggrappano a questo argomento perché sembra fornirne), gli investimenti stranieri rischiano di ridursi notevolmente se non di essere ritirati completamente, portandosi dietro gli investimenti in molti altri settori, spaventati da una situazione industriale surreale.

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Mappa degli impianti attivi in Italia aggiornata al 30 aprile 2014

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